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Photo: Pop Sudafricano

Il Sud Africa è uno dei paesi dell'Africa sub-sahariana più industrializzati e con la propria supremazia culturale ed economica spesso, nel bene o nel male, tende a mettere in ombra gli stati vicini. La capitale, Johannesburg, è uno dei centri mediatici più grandi dell'Africa. La sua rete sofisticata di industrie (tra la discografica, radiotelevisiva, editoriale, pubblicitaria e informatica) contribuisce a proiettare la musica pop e la cultura sudafricana oltre i confini nazionali.

La storia del pop sudafricano, però, inizia molto prima dell'era mediatico-tecnologica. Nel XIX secolo la scoperta di oro e diamanti nei pressi di Johannesburg innesca un rapido processo di urbanizzazione per il quale si rende necessaria molta mano d'opera straordinaria. Gli europei e gli altri immigrati, infatti, esauriscono solo una parte del lavoro. Sono gli indigeni africani provenienti da tutto il Sud Africa a rappresentare la maggior parte della forza lavoro. Essi appartengono a etnie differenti (Xhosa, Zulu, Venda, Tswana, Ndebele, ecc.) e quando lasciano la propria terra per ritrovarsi tutti in questi nuovi centri urbani portano la loro musica con sé. Queste città diventano un gran calderone dove le tradizioni si fondono e si combinano tra loro (e talvolta anche con la musica occidentale) per dare vita a nuove coinvolgenti sonorità destinate soprattutto alle neonate realtà urbane.

Agli inizi del XX secolo dalle città sudafricane iniziano risuonare i primi nuovi stili musicali: il marabi, un ballo disordinato proveniente da Jo'burg; lo mbube, nuovo stile zulu a cappella di Durban; e addirittura una specie di jazz locale. Anche se negli anni '40 inizia l'apartheid, questo sarà comunque un decennio positivo per il pop sudafricano, che vive un vero e proprio boom con la nascita di molte importanti case discografiche (come la Gallo, ancora oggi molto influente) e di grandi talenti del jazz nelle aree più esposte al calderone culturale, come Sophiatown ad esempio.

Gran parte del jazz sudafricano di questo periodo deriva dallo swing americano tanto popolare durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma con l'approvazione del Group Areas act nel 1950 (attraverso il quale viene ufficialmente vietata l'aggregazione razziale) i musicisti neri sono costretti a trasferirsi nei ghetti o township, dove la vita sarà diversa e molto più dura. Da questi ghetti negli anni '50 cominceranno a venir fuori altri nuovi stili, come il kwela e il mbaqanga, mentre la musica zulu a cappella subisce dei mutamenti.

Gli anni '60, '70 e '80 sono decenni tumultuosi in cui l'ANC e i sindacati promuovono la battaglia della maggioranza nera contro il governo dell'apartheid. Anche se molti degli artisti di punta del paese, tra cui Miriam Makeba e Hugh Masekela, scelgono l'esilio piuttosto che collaborare con le autorità, questa sarà un'epoca di fervente creatività e in Sud Africa il pop diventerà un mezzo per incoraggiare molti neri a combattere. Negli anni '80 il pop sudafricano continua a conquistare la scena internazionale, grazie soprattutto allo straordinario album di Paul Simon Graceland uscito nel 1986 a cui prendono parte moltissimi artisti locali, tra cui l Ladysmith Black Mambazo, gruppo corale zulu.

Nel 1994 in Sud Africa si tengono le prime elezioni "non razziali" e con la vittoria dell'ANC, guidato da Nelson Mandela, il governo dell'apartheid cade una volta per tutte. Da quel momento si sprigiona un'ondata di energia creativa durante la quale fioriscono nuove ed esuberanti sonorità che avevano già visto la luce negli anni '80, come il bubblegum pop e il kwaito, ad esempio. Contemporaneamente, continua a crescere la popolarità del rap, del reggae e dell'R&B, che influenzano stili e varianti locali.

Dobbiamo però ricordare che anche i sudafricani bianchi hanno contribuito ad arricchire il panorama pop di questo paese, con figure di protesta come il cantante Roger Lucy e Johnny Clegg. Esiste addirittura un pop in afrikaans molto vivace ma sconosciuto ai più al di là dei confini nazionali.
-Tom Pryor